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Tragedia a... (2002)

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Di: Alfonso Santagata
Ideazione e regia: Alfonso Santagata

Tragedie che con insistenza mostrano padri e madri, sposi, fratelli e figli uniti da vincoli feroci.
Edipo dei Labdacidi, figlio di Laio e padre di Antigone, Ismene, Eteocle e Polinice, consegnato per sempre al proprio destino da una terribile genealogia fatta di crimini portati fino all'estremo.

A Zeus il regno dei cieli, a suo fratello Ade, dio dei morti, il regno sotterraneo. Tutti gli uomini finiscono all'Ade e diventano ombre che appaiono e scompaiono.
Le creature eterne ritornano.
Anche gli indovini/profeti godono di privilegi in quel luogo, come Tiresia che chiede al dio Ade di aprire la porta e dice "e presto torneremo".

Si consultano oracoli e s'insinuano vaticini; per conoscere il proprio destino gli uomini interrogano gli indovini/profeti, spesso non creduti e minacciati, e la tragedia ha nuovamente inizio.

"La tragedia é un inganno in cui é più saggio chi si lascia ingannare" - i suoi miti sono carichi di orrori e di condanne e ogni poeta li veste con significati diversi per suscitare negli uomini emozioni essenziali.
Gli Dèi possono rendere stolto l'uomo più saggio fino ad annebbiargli la mente e dare saggezza all'uomo insensato.

Leggi divine e leggi umane si intrecciano: gli Dèi si fanno arbitri dell'umano agire e gli Eroi rivendicano la propria libertà affrontando un destino di sconfitta e di morte come premio della loro grandezza.

E un progetto che nasce partendo dal lavoro svolto con Tragedia a mmare, (di cui alleghiamo una selezione di rassegna stampa), spettacolo itinerante che ha visto il suo debutto al Festival di Santarcangelo nel 1999, la sua presenza, immediatamente dopo, ad Ostia nel 1999 e poi nel 2000 per volontà di Mario Martone. mmare

Tragedia a… nasce come progetto per abitare lo spazio extra – teatro, attingendo immagini e temi dalla tragedia della famiglia dei Labdacidi, già oggetto di indagine in Tragedia a mmare, solo che questa volta voglio trasferire l’azione drammaturgica nella dimensione urbana, ambientando le traversie famigliari in una architettura industriale, in cui possibili capannoni, fabbriche dismesse, vecchie stazioni metropolitane, diventano l’ambiente reale dei nostri drammi quotidiani.
C’è quasi l’urgenza di creare, in uno spazio itinerante e metropolitano, una vicenda che parte dagli antichi e i loro miti ma con uno sguardo all’oggi in cui la dimensione umana della tragedia possa in qualche modo appartenere alla contemporaneità. L'idea è di far tornare i Labdacidi in un capannone, in un luogo diroccato, non teatrale, con macchine, motociclette, carrelli in una zona abbandonata industriale.


Alfonso Santagata