| Recensioni |
Rassegna stampa: L'Unità: La Voce di Romagna |
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| Regia: |
Alfonso Santagata |
| con: |
Barbara Valmorin, Alfonso Santagata, Antonio Alveario, Nadia Carlomagno, Rossana Gay, Johnny Lodi, Massimiliano Poli |
| assistente alla regia: |
Chiara Senesi |
| luci: |
Maurizio Viani |
| scene e costumi: |
Tiziana Draghi |
| direttore di palcoscenico: |
Tommaso Checcucci |
| organizzazione: |
Alessandra Bartucciotto |
| amministrazione: |
Laura Bagnoli |
| organizzazione della tournée: |
Emilio Vita |
| collaborazione al progetto: |
Cristina Valenti |
| una coproduzione: |
Katzenmacher / Fondazione Pontedera Teatro
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| con il contributo di: |
Ministero per i Beni e le Attivitą Culturali
Regione Toscana
Comune di San Casciano Val di Pesa
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È una mattina luminosa di fine novembre, e la
vita ricomincia come ogni giorno nella linda cucina di casa Cimmaruta.
Rosa, la sorella nubile di don Pasquale, dialoga con la serva Maria e
il portiere Michele, e attraverso le loro parole la famiglia Cimmaruta
si presenta. La signora Matilde fa la cartomante, e traffica con “tutta
una clientela di gente bizzarra”, che il marito Pasquale accoglie
sulla porta con un turbante in capo; il signorino Luigi non ha né
arte né parte ed è sempre affamato; la figlia Elvira lavora
da dattilografa; la zia Rosa fabbrica candele e saponi riciclando i rifiuti
grassi della casa. Una normalità domestica che rivela da subito
tratti eccentrici e bizzarri, in un clima di inquietudine e attesa. Maria
e Rosa raccontano i loro sogni, popolati di incubi raccapriccianti e truculenti:
un capretto dalle fattezze di bambino servito al desco famigliare, una
fontana da cui zampilla sangue umano… Quale disagio emerge fra le
pieghe ancora stropicciate del mattino? Il suono del campanello scandisce
il ritmo degli eventi successivi. Si presentano i vicini di casa, Alberto
e Carlo Saporito, di professione “apparatori di feste”, e
con loro fanno l’ingresso i segni di un malessere reale: la decadenza
economica, la sofferenza fisica, la fame. E si introducono certi accenni
misteriosi, che hanno il sapore dell’insinuazione sottile, ben presto
svelata dall’irruzione improvvisa della p olizia. Antonio Saporito
ha denunciato l’intera famiglia Cimmaruta dell’assassinio
di tale Aniello Amitrano, che è effettivamente scomparso. Ma quando
si tratta di guidare gli agenti alla scoperta delle prove, queste non
si trovano, e il vicino è costretto ad ammettere di essersi sognato
tutto quanto.
È pomeriggio, nel magazzino dei Saporito, ingombro della disordinata
mercanzia degli apparatori: stendardi, lampioncini, immagini sacre, fuochi
d’artificio, cataste di sedie. In alto, sul mezzanino, c’è
Zì’ Nicola, che dialoga col mondo di sotto lanciando sputi
e facendo scoppiare “granate, botte e girandole”, dopo aver
deciso che l’umanità è sorda, e tanto vale essere
muti. Di nuovo, è il campanello a ritmare le vicende attraverso
le quali si rivela via via la natura del micromondo condominiale, riflesso
del più ampio consesso al quale il vecchio ha deciso di non appartenere
più. Carlo Saporito traffica la cessione del patrimonio famigliare,
approfittando della minaccia di carcere che pende sul capo del fratello
in seguito alla falsa denuncia. Uno alla volta fanno il loro ingresso
i membri della famiglia Cimmaruta, provocati dal sogno di Alberto Saporito
a svelare una realtà famigliare fondata sul sospetto e il discredito
reciproci. Convinti che l’assassinio sognato non possa non essere
vero, i Cimmaruta si accusano a vicenda: la zia contro il nipote, il nipote
contro la zia e la sorella, il marito contro la moglie e questa contro
di lui, la sorella contro il fratello… La sera è scesa quando,
dall’alto del mezzanino, Zì’ Nicola chiede inutilmente
pace prima di far scoppiare il suo ultimo bengala verde.
È di nuovo mattina nel magazzino dei Saporito. Continuano le trattative
di Carlo per truffare il fratello, mentre i Cimmaruta arrivano a proporre
una gita in campagna ad Alberto, già messo in guardia dalla servetta
Maria circa le reali intenzioni dei suoi padroni, decisi a sbarazzarsi
del pericoloso testimone sognatore. Ma ecco comparire il brigadiere con
Aniello Amitrano, ben vivo e ignaro di tutto. Eppure un omicidio si è
compiuto, denuncia Alberto, quello della stima reciproca. Tutti disposti
a vedere un criminale in ciascuno, tutti disposti a “mettere un
delitto nel bilancio di famiglia”. Il silenzio – al quale
Zì’ Nicola da tempo si era consegnato – cala sui due
fratelli, restati soli nel magazzino, mentre il sole si affaccia dal finestrone
in fondo tagliando l’aria polverosa.
Le voci di dentro è la seconda
tappa del progetto triennale su Eduardo De Filippo che Alfonso Santagata
ha inaugurato con lo spettacolo Quali fantasmi. Dagli
atti unici alla commedia in tre atti, si approfondisce l’indagine
sul mondo eduardiano e sulle sue tessiture drammaturgiche sapientemente
sospese fra realtà e fantasia. Ritornano le maschere grottesche
di personaggi comici e tragici al tempo stesso, e si accentuano le tinte
scure che solcano l’apparente solarità dei rapporti famigliari
e sociali. Ognuno è pronto a vedere il mostro nell’altro
perché la mostruosità appartiene all’umano. Se all’interrogativo
implicito contenuto nel titolo del primo spettacolo Alfonso Santagata
rispondeva, citando Eduardo: “I fantasmi siamo noi”, la conclusione
di questo secondo lavoro sarà forse: “I mostri siamo noi”:
ciascuno regista feroce della rappresentazione dell’altro nelle
vesti del “malcapitato” di turno. E ancora una volta il teatro
di Santagata e quello di Eduardo si sovrappongono in un’unica visione.
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